Ambiente

Confinante con il Parco dell'Alto Appennino Modenese, il Parco del Corno alle Scale offre splendidi panorami montani. Vallate solitarie, piccoli paesi che emergono dal bosco, santuari e cascate sono disposti a ventaglio ai piedi della montagna. Le foreste di latifoglie, soprattutto faggio, interessano buona parte della superficie e avvolgono il corso solitario di torrenti cristallini. Circhi glaciali e praterie d'altitudine sono gli habitat di preziosità botaniche, ultimo avamposto delle Alpi, e pure di una fauna ricca e interessante.

Spioncelli e culbianchi volano sugli estesi vaccinieti, frequentati in estate per la raccolta dei mirtilli, mentre spesso l'aquila reale compare alta in cielo. Sono visibili anche mufloni e marmotte, specie alloctone introdotte nel dopoguerra, mentre caprioli e cinghiali si sono naturalmente diffusi ovunque nei boschi, prede del fugace lupo.

Fin dal Medioevo questi rilievi conobbero una discreta frequentazione per il pascolo e lo sfruttamento del legname, oggi ormai solo una ricordo. Torri e castelli sono quasi spariti, ma nei borghi le architetture tradizionali montane resistono in certi dettagli delle costruzioni in pietra, come i comignoli tondi sormontati da una lastra circolare, oppure le mummie, singolari figure antropomorfe scolpite. Meta famosa il santuario di Madonna dell'Acero, nota e sobria espressione della religiosità popolare tradizionale.

Le nevi delle pendici occidentali del Corno sono le piste da sci dei villeggianti invernali, mentre una presenza celebre sottolineata con orgoglio dai locali è quella del giornalista Enzo Biagi nativo di Pianaccio, piccolo paese al centro dell'area protetta, che assieme a Vidiciatico e Lizzano in Belvedere sono località turistiche molto frequentate.

Geomorfologia del Corno alle Scale

L'Unità Sestola-Vidiciatico

Tra Vidiciatico e Lizzano, ai piedi dei ripidi versanti boscati, dove le morfologie si fanno piú dolci, affiorano rocce grigio-bruno-nerastre, a tratti anche verdi o rosse, spesso soggette a fenomeni franosi o di accentuata erosione. Questa fascia di terreni, costituita da un complesso roccioso piuttosto eterogeneo di origine sedimentaria, é nota come Unità Sestola-Vidiciatico. Comprende in prevalenza rocce marnose, intensamente fratturate, tra cui si trovano lembi e frammenti di strati calcarei, calcareo-marnosi e anche arenacei, di colore grigio e bianco-nocciola. L'origine di queste rocce, di età compresa tra 75 e 20 milioni di anni fa, é dovuta alla sedimentazione avvenuta in un bacino marino profondo, localizzato in aree vicine all'antico Oceano Ligure. La posizione che questa Unità occupa oggi nella catena appenninica, in affioramenti che vanno dalle montagne reggiane a quelle modenesi e bolognesi, é il risultato di una storia complessa, iniziata con franamenti sottomarini e proseguita nelle intense compressioni dell'orogenesi appenninica. Nel parco l'Unità affiora anche lungo due significative fasce che attraversano i rilievi arenacei tra le valli del Dardagna e del Silla: gli affioramenti segnano il coinvolgimento di queste rocce lungo superfici di accavallamento dove, sempre per eventi compressivi, una porzione arenacea é sovrascorsa su quella antistante, trascinando in questo movimento le rocce marnose. Poiché si tratta di materiali impermeabili, lungo gli affioramenti si incontrano copiose sorgenti, come quelle della Sboccata dei Bagnadori.

Le forme glaciali

Tra la cima del Corno e il Monte la Nuda si approfondisce il circo del Cavone, la piú bella e significativa morfologia modellata dai ghiacciai würmiani nel parco. Osservato da molti punti, ma soprattutto dall'alto delle cime che lo circondano, il circo appare con forme esemplari: i fianchi ripidi descrivono un arco pronunciato e abbracciano una conca dal fondo dolce e pianeggiante, chiusa da una debole contropendenza di natura morenica. Altri avvallamenti di origine glaciale, meno evidenti, caratterizzano i pendii che scendono tra Corno e Cornaccio. Le belle e singolari forme arcuate del crinale che domina la testata del Silla, tra Corno e Monte Gennaio, anche se attualmente soggette a intensi processi erosivi, sembrano ereditate dal modellamento glaciale. I depositi morenici caratterizzano, invece, le aree intorno al Lago del Cavone, dove formano tipici dossi e collinette. Durante il periodo di massima espansione glaciale würmiana (50.000 anni fa), nella valle del Dardagna scendeva una lingua glaciale che si spingeva sino alle quote di Madonna dell'Acero dove, nel pianoro presso il santuario, sono rimaste tracce di depositi detritici di origine morenica.

Le morfologie erosive

Il parco racchiude un settore di crinale appenninico caratterizzato da morfologie uniche: lo splendido bacino da cui ha origine il Silla. In questo ampio ventaglio di incisioni é chiaramente leggibile l'approfondimento recente dei solchi vallivi. Questo é avvenuto, al termine dell'ultima fase glaciale (durante gli ultimi 10.000 anni) attraverso l'azione di modellamento delle acque correnti sopra versanti molto stabili, che offrono grande resistenza all'erosione per la giacitura a reggipoggio degli strati. Una morfologia molto diversa caratterizza, invece, i versanti dove si trovano le piste da sci, che si sviluppano lungo superfici stratificazione. La differente erodibilità di strati arenacei e marnosi ha creato, in particolari esposizioni, morfologie da erosione selettiva, con tipiche sporgenze e rientranze; le stesse scalinate naturali dei Balzi dell'Ora sono state determinate dalla netta separazione degli strati arenacei in corrispondenza di sottili livelli piú erodibili. Anche le cascate del Dardagna e il meno accessibile Orrido di Tana Malía, ma anche i salti d'acqua che caratterizzano gli altri rii della testata del Silla, sono dovuti alla presenza di strati molto resistenti all'erosione.

Le pieghe rovesciate

Gli strati arenacei che affiorano nel parco, descrivono alcune tra le piú caratteristiche pieghe dell'Appennino. Si tratta di anticlinali, cioé pieghe convesse verso l'alto, che per il protrarsi di intense spinte si sono rovesciate nella porzione frontale. Queste strutture sottolineano un comportamento duttile delle rocce, durante fasi compressive in cui il raccorciamento crostale si realizza attraverso la formazione di pieghe. La duttilità, che dipende prima di tutto dal tipo di roccia, si manifesta a certe profondità, dove pressioni e temperature elevate determinano condizioni fisiche ideali affinché le rocce si deformino piegandosi. Le pieghe sono riconoscibili con immediatezza dove é esposta in affioramento la zona di cerniera, cioé il punto di piú accentuata curvatura. In versanti coperti dalla vegetazione, la presenza di pieghe puó essere rivelata dalla disposizione degli strati in affioramenti anche lontani, come nel caso della anticlinale rovesciata presente nella valle del Silla, all'altezza di Monteacuto. Nel parco, la migliore esposizione di una piega si osserva lungo il versante sinistro della valle del Dardagna, dove da alcuni punti (le cascate del Dardagna o la strada che sale a Madonna dell'Acero) si riconosce, alla base della parete che scende dal Monte Mancinello, la zona di cerniera.

La fauna del Parco

I mammiferi

Camminando lungo i sentieri dell'alto crinale è facile ascoltare il grido fischiante della marmotta, introdotta nel dopoguerra sulla vicina montagna modenese, o scorgere i piccoli fori d'ingresso delle tane di arvicola delle nevi; pressochè inosservato rimane, invece, il piccolo toporagno appenninico (Sorex samniticus).

Su alcuni tratti rocciosi e sui passi montani non è raro incontrare qualche branchetto di mufloni. Questa pecora di origine sardo-corsa, introdotta nel dopoguerra sul versante toscano, si è diffusa anche nell'alto Appennino bolognese; i maschi si riconoscono per le corna spiralate. Nella fascia boscata è piuttosto comune il capriolo, sterminato in queste montagne due secoli fa e reintrodotto nei decenni passati; è possibile osservarlo uscire dai boschi al crepuscolo nei campetti coltivati, nelle radure e a volte anche nelle praterie d'altitudine. Nelle faggete mature e, più in basso, nei castagneti, trova rifugio il cinghiale che non rinuncia a scorrerie nelle basse vallate e anche nelle praterie oltre il limite dei boschi. Le fustaie più vecchie ospitano un carnivoro particolarmente raro e localizzato, la martora , abile cacciatrice di scoiattoli. Predatori più adattabili e diffusi sono faina, tasso e volpe. Nei boschi ricchi di specie arbustive e nei cedui più fitti vivono due piccoli roditori: moscardino e arvicola rossastra.

Le estese superfici boscate costituiscono inoltre rifugio per uno degli animali più rari e affascinanti della fauna italiana, da qualche anno tornato ad abitare i nostri monti: il lupo , oggi più che mai segno evidente di un ritrovato equilibrio ambientale.

Gli uccelli

In questo particolare settore dell'Appennino bolognese un insieme assai diversificato di specie di uccelli utilizza le opportunità ecologiche offerte dalla grande varietà di boschi giovani, maturi e praterie di altitudine.

Alla quote più basse i castagneti con alberi secolari sono l'ambiente preferito da numerosi insettivori che trovano cibo e cavità in abbondanza (cinciarella, cincia bigia, cinciallegra, picchio muratore, codirosso, pigliamosche, picchio verde e picchio rosso maggiore). Durante le notti invernali e primaverili, e meno di frequente in estate, nei boschi echeggia il canto dell'allocco: una serie di brevi ululati tremolanti, udibili anche a più di un chilometro, che i maschi emettono prevalentemente all'inizio della notte, prima di dedicarsi alla caccia all'agguato dei micromammiferi. Dove ampie radure e pascoli si alternano con il bosco è invece possibile udire, nelle notti d'estate, una sorta di ronzio metallico, monotono e basso, emesso dal succiacapre, un uccello molto difficile da scorgere che passa le ore diurne immobile, posato sul terreno, nelle zone boscose, e di notte caccia gli insetti volando a bassa quota. I boschi di latifoglie, composti in prevalenza da faggi, che si incontrano salendo verso le cime, si presentano come un ambiente meno ricco di uccelli rispetto ai castagneti, popolato da specie spesso di piccole dimensioni, la cui presenza è rilevabile nei mesi primaverili ed estivi soprattutto attraverso le emissioni vocali: merlo, tordo bottaccio, capinera, pettirosso, ciuffolotto e luì piccolo. Alle quote maggiori, dove ai faggi si mescolano abeti bianchi e abeti rossi, o nei rimboschimenti di conifere, si possono scorgere con facilità piccoli uccelli dalle voci flebili e acute come cincia mora, regolo e fiorrancino. Oltre il limite della vegetazione arborea, numerose specie di passeriformi, come codirosso spazzacamino, culbianco e spioncello, possono essere agevolmente osservate. Particolarmente confidente è il sordone, una sorta di grosso passero abbastanza raro in Appennino, che è caratteristico delle cenge rocciose del Corno alle Scale e della zona tra la cima di quest'ultimo e i Balzi dell'Ora; è l'ultimo dei passeriformi a scendere verso la bassa montagna all'arrivo dell'inverno. Facilmente osservabili, mentre volteggiano abilmente sfruttando le correnti termiche ascensionali, sono l'aquila reale e la ancora più frequente poiana, di più modeste dimensioni, con la quale la prima viene spesso confusa.

Gli anfibi e i rettili

Tra gli anfibi, le specie più comuni sono il rospo, diffuso pressochè ovunque, la rana verde e i tritoni crestato e punteggiato, che frequentano in genere le acque stagnanti.

Nelle faggete e nei prati d'alta quota si può incontrare anche la rana rossa, o rana temporaria, una specie che in Italia è presente solo sulle Alpi e lungo il crinale dell'Appennino tosco-emiliano-romagnolo. Un urodelo di grande interesse, diffuso nelle faggete, è il geotritone che, respirando solo mediante la pelle, vive in habitat freschi e umidi come gli interstizi e le cavità del suolo oppure le grotte; solo di rado trova condizioni climatiche favorevoli per svolgere la sua attività in superficie, per lo più in giornate fresche e umide di primavera e autunno. Anche la salamandra pezzata, che abita le faggete lungo il corso di ruscelli e torrenti, trascorre gran parte dell'anno nascosta nel suolo: nel parco è abbastanza rara, probabilmente anche a causa della predazione che le larve subiscono a opera delle trote introdotte per la pesca. I rettili sono rappresentati dall'ubiquitaria lucertola muraiola e dal ramarro, che a differenza della lucertola non si spinge a quote molto elevate. E' presente anche l'orbettino, un sauro dal caratteristico aspetto serpentiforme. Tra i serpenti, la vipera è senz'altro il più noto e temuto, anche se non è facile incontrarla; molto più facile è imbattersi in serpenti del tutto innocui come biacco o biscia dal collare; meno frequenti sono l'elegante saettone, noto anche come colubro di Esculapio, e il piccolo e mordace colubro liscio.

La flora del Parco

Alle quote piú basse

Il territorio del parco è quasi interamente ricoperto di boschi. Sotto i 1000 m si incontrano le ultime propaggini dei querceti collinari, boschi misti in cui le querce (roverella, rovere, cerro) si mescolano a carpino nero, orniello, olmo campestre, ciliegio, castagno e numerosi arbusti.
In prossimità degli abitati il bosco è stato da tempo sostituito con castagneti da frutto, che imprimono al paesaggio un aspetto particolare: maestosi castagni, spesso secolari, sono tenacemente abbarbicati ai ripidi versanti della montagna, a volte modellata da insoliti terrazzamenti sostenuti da muretti a secco. Nei castagneti ben curati il sottobosco viene ripulito per facilitare la raccolta dei frutti, e nel prato sottostante a primavera fioriscono primula, erba trinità, polmonaria e, più avanti, orchidee come Dactylorhiza maculata e Dactylorhiza sambucina; in mancanza di cure colturali, o quando il castagneto è convertito in ceduo, compaiono arbusti e alberi dei boschi vicini e abbondano i cespi di felce aquilina, brugo e ginestra dei carbonai. Sui versanti ripidi, come quelli dei Monti della Riva, dove il sottile strato di suolo è spesso interrotto dagli affioramenti rocciosi, si sviluppa un bosco rado e discontinuo, dominato dal carpino nero, che in queste situazioni si comporta come specie pioniera. Nei punti più esposti cresce una rada prateria di graminacee dove è frequente la cannella argentea (Achnatherum calamagrostis), accompagnata da stellina purpurea (Asperula purpurea), camedrio e carlina bianca (i capolini di quest'ultima sono circondati da brattee bianche che si aprono con il bel tempo e si chiudono quando è molto umido).

La zona delle faggete

A partire dai 900-1000 m il paesaggio è dominato da estese faggete: nella valle del Silla arrivano quasi a lambire il crinale tosco-emiliano, in quella del Dardagna lasciano invece ampio spazio, nella testata di valle, alla vegetazione d'alta quota.
In passato questi boschi costituivano le selve del Belvedere e di Rocca Corneta, di cui si hanno splendide descrizioni nei resoconti di viaggiatori del secolo scorso; ancora oggi regalano scenari emozionanti, anche se sono rari i maestosi esemplari ad alto fusto di un tempo, sostituiti da piante di taglia più ridotta per il prevalente governo a ceduo. Nelle stazioni più fertili e umide la comparsa di acero di monte, sorbo degli uccellatori, abete bianco, e quella più sporadica dell'agrifoglio, arricchisce la faggeta che assume un aspetto più naturale; ai pochi arbusti di sambuco rosso e maggiociondolo alpino si contrappone un sottobosco erbaceo ricco di acetosella, lattuga dei boschi, stellina odorosa, anemone dei boschi, dentarie, viole e belle felci (Polystichum aculeatum, Athyrium filix-foemina, Dryopteris filix-mas). I massi arenacei sparsi a terra sono tappezzati da muschi e chiazze bianche e grigie di licheni crostosi; altri licheni, dalla caratteristica forma a coppa o trombetta (del genere Cladonia), occupano le ceppaie marcescenti; in autunno sulla lettiera di foglie compaiono i corpi fruttiferi di molti funghi. In diverse zone del parco le faggete si alternano a rimboschimenti di conifere con abete rosso, abete bianco, larice, varie specie di pini e, talvolta, abete americano. Pur contrastando con il paesaggio circostante, le fustaie più mature, con grandi esemplari ben distanziati tra loro, sono comunque di aspetto suggestivo. Lungo le rive dei corsi d'acqua ai faggi si affiancano gli ontani, accompagnati da varie specie di carici e equiseti; frequenti anche nocciolo e maggiociondolo alpino. In corrispondenza del limite superiore del bosco le faggete assumono l'aspetto di basse boscaglie con faggi cespugliosi e prostrati che risentono delle severe condizioni ambientali. Nel rado sottobosco sono frequenti mirtillo nero, erba lucciola e alcune composite dai capolini gialli (Hieracium racemosum, H. sylvaticum); queste specie compaiono anche a quote più basse, dove caratterizzano faggete degradate e impoverite da tagli eccessivi.

Vaccinieti e praterie di altitudine

Oltre il limite degli alberi, a partire dai 1600 m, un basso manto vegetale raggiunge le cime più alte, lasciandone chiaramente apprezzare forme e profili: è la regione delle "Nude", secondo la definizione di un viaggiatore del secolo scorso.
La vegetazione più caratteristica è qui la brughiera a mirtillo, costituita da bassi arbusti di mirtillo nero e falso mirtillo che ricoprono vaste aree che i locali chiamano "baggioledi" (bàggiole, in dialetto, è il nome delle saporite bacche di mirtillo nero). Questa formazione vegetale compare sulle Alpi e sulle più alte cime dell'Appennino settentrionale, dal parmense al bolognese, dove raggiunge il limite meridionale di distribuzione. Nei vaccinieti del parco sono presenti numerosi arbusti di ginepro nano, rosa alpina e, fra le erbacee, Hypericum richeri, tossilaggine alpina, cariofillata montana e carice verdeggiante; all'ombra dei mirtilli si addensano i talli di alcuni licheni (Cetraria islandica e Cladonia rangiferina) che formano minuscoli cespuglietti. Molto rare nella zona del Corno sono specie di comparsa più sporadica in Appennino, come mirtillo rosso e erica baccifera (Empetrum hermaphroditum), tipiche dei vaccinieti alpini. Il territorio del parco, infatti, rappresenta una importante soglia fitogeografica per diverse specie che caratterizzano la brughiera a mirtillo: più a sud la dorsale appenninica non presenta condizioni climatiche e altitudinali adatte al loro sviluppo. Per le stesse ragioni molte altre specie diffuse sui più alti rilievi europei e sulle Alpi non scendono nell'Appennino oltre il gruppo del Corno alle Scale, che per tutte segna il limite meridionale di distribuzione: fra le tante, aquilegia alpina, genzianella di Koch, genziana purpurea, semprevivo montano e billeri rotondifoglio (Cardamine asarifolia). Intercalate ai vaccinieti si estendono vaste praterie secondarie, derivate dagli incendi praticati in passato dai pastori per aumentare le zone a pascolo. Sui versanti più dolci è molto diffusa una densa prateria a graminacee dominata dal nardo, dove in estate fioriscono genziane, cariofillata montana, ventaglina alpina, raponzolo alpino e viola con sperone. Nei pendii più assolati si sviluppa una prateria, anch'essa soggetta al pascolo, dove spiccano i grandi cespi del brachipodio (Brachypodium genuense); sulle ripide e scoscese scale del Corno o sui Monti della Riva, questa graminacea si comporta come specie pioniera, di frequente affiancata da ginestra raggiata, giglio rosso, carlina bianca, finocchiella maggiore (Seseli libanotis) e raponzolo a foglie di scorzonera (Phyteuma scorzonerifolium). Alla base dei versanti si ammassano spesso blocchi di roccia nei cui anfratti più freschi trova posto la felcetta crespa (Cryptogramma crispa). Sulle rive dei ruscelli che solcano praterie e vaccinieti si addensano varie specie di muschi e, a tarda primavera, accanto alla calta palustre compaiono il billeri rotondifoglio, la graminacea Deschampsia caespitosa, il cerfoglio selvatico e la pinguicola.

Le piante che vivono fra le rocce

Gli affioramenti rocciosi inducono un netto cambiamento nella copertura vegetale, con la comparsa di specie adattate alle estreme condizioni di vita. Nelle fessure delle rocce vegetano alcune sassifraghe: frequente è quella alpina (Saxifraga paniculata), sporadica S. moschata; a queste specie si affiancano varie specie di Sedum, le cui foglie succulente sono preziose riserve d'acqua, e la costolina appenninica (Robertia taraxacoides), una composita dal capolino giallo.
Le rupi del parco custodiscono specie molto rare, fra cui astro alpino, primula orecchia d'orso (Primula auricula), la cui unica stazione regionale è sui Balzi dell'Ora, Saxifraga latina, importante endemismo appenninico, e geranio argenteo, relitto della flora terziaria; le cenge che sporgono dalle pareti rocciose, infine, all'inizio dell'estate si colorano dei bei fiori bianchi dell'anemone a fiori di narciso e di quelli blu-violacei dell'aquilegia alpina.