Confinante con il Parco dell'Alto Appennino Modenese, il Parco del Corno alle Scale offre splendidi panorami montani. Vallate solitarie, piccoli paesi che emergono dal bosco, santuari e cascate sono disposti a ventaglio ai piedi della montagna. Le foreste di latifoglie, soprattutto faggio, interessano buona parte della superficie e avvolgono il corso solitario di torrenti cristallini. Circhi glaciali e praterie d'altitudine sono gli habitat di preziosità botaniche, ultimo avamposto delle Alpi, e pure di una fauna ricca e interessante.
Spioncelli e culbianchi volano sugli estesi vaccinieti, frequentati in estate per la raccolta dei mirtilli, mentre spesso l'aquila reale compare alta in cielo. Sono visibili anche mufloni e marmotte, specie alloctone introdotte nel dopoguerra, mentre caprioli e cinghiali si sono naturalmente diffusi ovunque nei boschi, prede del fugace lupo.
Fin dal Medioevo questi rilievi conobbero una discreta frequentazione per il pascolo e lo sfruttamento del legname, oggi ormai solo una ricordo. Torri e castelli sono quasi spariti, ma nei borghi le architetture tradizionali montane resistono in certi dettagli delle costruzioni in pietra, come i comignoli tondi sormontati da una lastra circolare, oppure le mummie, singolari figure antropomorfe scolpite. Meta famosa il santuario di Madonna dell'Acero, nota e sobria espressione della religiosità popolare tradizionale.
Le nevi delle pendici occidentali del Corno sono le piste da sci dei villeggianti invernali, mentre una presenza celebre sottolineata con orgoglio dai locali è quella del giornalista Enzo Biagi nativo di Pianaccio, piccolo paese al centro dell'area protetta, che assieme a Vidiciatico e Lizzano in Belvedere sono località turistiche molto frequentate.
L'Unità Sestola-Vidiciatico
Tra Vidiciatico e Lizzano, ai piedi dei ripidi versanti boscati, dove le morfologie si fanno piú dolci, affiorano rocce grigio-bruno-nerastre, a tratti anche verdi o rosse, spesso soggette a fenomeni franosi o di accentuata erosione. Questa fascia di terreni, costituita da un complesso roccioso piuttosto eterogeneo di origine sedimentaria, é nota come Unità Sestola-Vidiciatico. Comprende in prevalenza rocce marnose, intensamente fratturate, tra cui si trovano lembi e frammenti di strati calcarei, calcareo-marnosi e anche arenacei, di colore grigio e bianco-nocciola. L'origine di queste rocce, di età compresa tra 75 e 20 milioni di anni fa, é dovuta alla sedimentazione avvenuta in un bacino marino profondo, localizzato in aree vicine all'antico Oceano Ligure. La posizione che questa Unità occupa oggi nella catena appenninica, in affioramenti che vanno dalle montagne reggiane a quelle modenesi e bolognesi, é il risultato di una storia complessa, iniziata con franamenti sottomarini e proseguita nelle intense compressioni dell'orogenesi appenninica. Nel parco l'Unità affiora anche lungo due significative fasce che attraversano i rilievi arenacei tra le valli del Dardagna e del Silla: gli affioramenti segnano il coinvolgimento di queste rocce lungo superfici di accavallamento dove, sempre per eventi compressivi, una porzione arenacea é sovrascorsa su quella antistante, trascinando in questo movimento le rocce marnose. Poiché si tratta di materiali impermeabili, lungo gli affioramenti si incontrano copiose sorgenti, come quelle della Sboccata dei Bagnadori.
Le forme glaciali
Tra la cima del Corno e il Monte la Nuda si approfondisce il circo del Cavone, la piú bella e significativa morfologia modellata dai ghiacciai würmiani nel parco. Osservato da molti punti, ma soprattutto dall'alto delle cime che lo circondano, il circo appare con forme esemplari: i fianchi ripidi descrivono un arco pronunciato e abbracciano una conca dal fondo dolce e pianeggiante, chiusa da una debole contropendenza di natura morenica. Altri avvallamenti di origine glaciale, meno evidenti, caratterizzano i pendii che scendono tra Corno e Cornaccio. Le belle e singolari forme arcuate del crinale che domina la testata del Silla, tra Corno e Monte Gennaio, anche se attualmente soggette a intensi processi erosivi, sembrano ereditate dal modellamento glaciale. I depositi morenici caratterizzano, invece, le aree intorno al Lago del Cavone, dove formano tipici dossi e collinette. Durante il periodo di massima espansione glaciale würmiana (50.000 anni fa), nella valle del Dardagna scendeva una lingua glaciale che si spingeva sino alle quote di Madonna dell'Acero dove, nel pianoro presso il santuario, sono rimaste tracce di depositi detritici di origine morenica.
Le morfologie erosive
Il parco racchiude un settore di crinale appenninico caratterizzato da morfologie uniche: lo splendido bacino da cui ha origine il Silla. In questo ampio ventaglio di incisioni é chiaramente leggibile l'approfondimento recente dei solchi vallivi. Questo é avvenuto, al termine dell'ultima fase glaciale (durante gli ultimi 10.000 anni) attraverso l'azione di modellamento delle acque correnti sopra versanti molto stabili, che offrono grande resistenza all'erosione per la giacitura a reggipoggio degli strati. Una morfologia molto diversa caratterizza, invece, i versanti dove si trovano le piste da sci, che si sviluppano lungo superfici stratificazione. La differente erodibilità di strati arenacei e marnosi ha creato, in particolari esposizioni, morfologie da erosione selettiva, con tipiche sporgenze e rientranze; le stesse scalinate naturali dei Balzi dell'Ora sono state determinate dalla netta separazione degli strati arenacei in corrispondenza di sottili livelli piú erodibili. Anche le cascate del Dardagna e il meno accessibile Orrido di Tana Malía, ma anche i salti d'acqua che caratterizzano gli altri rii della testata del Silla, sono dovuti alla presenza di strati molto resistenti all'erosione.
Le pieghe rovesciate
Gli strati arenacei che affiorano nel parco, descrivono alcune tra le piú caratteristiche pieghe dell'Appennino. Si tratta di anticlinali, cioé pieghe convesse verso l'alto, che per il protrarsi di intense spinte si sono rovesciate nella porzione frontale. Queste strutture sottolineano un comportamento duttile delle rocce, durante fasi compressive in cui il raccorciamento crostale si realizza attraverso la formazione di pieghe. La duttilità, che dipende prima di tutto dal tipo di roccia, si manifesta a certe profondità, dove pressioni e temperature elevate determinano condizioni fisiche ideali affinché le rocce si deformino piegandosi. Le pieghe sono riconoscibili con immediatezza dove é esposta in affioramento la zona di cerniera, cioé il punto di piú accentuata curvatura. In versanti coperti dalla vegetazione, la presenza di pieghe puó essere rivelata dalla disposizione degli strati in affioramenti anche lontani, come nel caso della anticlinale rovesciata presente nella valle del Silla, all'altezza di Monteacuto. Nel parco, la migliore esposizione di una piega si osserva lungo il versante sinistro della valle del Dardagna, dove da alcuni punti (le cascate del Dardagna o la strada che sale a Madonna dell'Acero) si riconosce, alla base della parete che scende dal Monte Mancinello, la zona di cerniera.
I mammiferi
Camminando lungo i sentieri dell'alto crinale è facile ascoltare il grido fischiante della marmotta, introdotta nel dopoguerra sulla vicina montagna modenese, o scorgere i piccoli fori d'ingresso delle tane di arvicola delle nevi; pressochè inosservato rimane, invece, il piccolo toporagno appenninico (Sorex samniticus).
Su alcuni tratti rocciosi e sui passi montani non è raro incontrare qualche branchetto di mufloni. Questa pecora di origine sardo-corsa, introdotta nel dopoguerra sul versante toscano, si è diffusa anche nell'alto Appennino bolognese; i maschi si riconoscono per le corna spiralate. Nella fascia boscata è piuttosto comune il capriolo, sterminato in queste montagne due secoli fa e reintrodotto nei decenni passati; è possibile osservarlo uscire dai boschi al crepuscolo nei campetti coltivati, nelle radure e a volte anche nelle praterie d'altitudine. Nelle faggete mature e, più in basso, nei castagneti, trova rifugio il cinghiale che non rinuncia a scorrerie nelle basse vallate e anche nelle praterie oltre il limite dei boschi. Le fustaie più vecchie ospitano un carnivoro particolarmente raro e localizzato, la martora , abile cacciatrice di scoiattoli. Predatori più adattabili e diffusi sono faina, tasso e volpe. Nei boschi ricchi di specie arbustive e nei cedui più fitti vivono due piccoli roditori: moscardino e arvicola rossastra.
Le estese superfici boscate costituiscono inoltre rifugio per uno degli animali più rari e affascinanti della fauna italiana, da qualche anno tornato ad abitare i nostri monti: il lupo , oggi più che mai segno evidente di un ritrovato equilibrio ambientale.
Gli uccelli
In questo particolare settore dell'Appennino bolognese un insieme assai diversificato di specie di uccelli utilizza le opportunità ecologiche offerte dalla grande varietà di boschi giovani, maturi e praterie di altitudine.
Alla quote più basse i castagneti con alberi secolari sono l'ambiente preferito da numerosi insettivori che trovano cibo e cavità in abbondanza (cinciarella, cincia bigia, cinciallegra, picchio muratore, codirosso, pigliamosche, picchio verde e picchio rosso maggiore). Durante le notti invernali e primaverili, e meno di frequente in estate, nei boschi echeggia il canto dell'allocco: una serie di brevi ululati tremolanti, udibili anche a più di un chilometro, che i maschi emettono prevalentemente all'inizio della notte, prima di dedicarsi alla caccia all'agguato dei micromammiferi. Dove ampie radure e pascoli si alternano con il bosco è invece possibile udire, nelle notti d'estate, una sorta di ronzio metallico, monotono e basso, emesso dal succiacapre, un uccello molto difficile da scorgere che passa le ore diurne immobile, posato sul terreno, nelle zone boscose, e di notte caccia gli insetti volando a bassa quota. I boschi di latifoglie, composti in prevalenza da faggi, che si incontrano salendo verso le cime, si presentano come un ambiente meno ricco di uccelli rispetto ai castagneti, popolato da specie spesso di piccole dimensioni, la cui presenza è rilevabile nei mesi primaverili ed estivi soprattutto attraverso le emissioni vocali: merlo, tordo bottaccio, capinera, pettirosso, ciuffolotto e luì piccolo. Alle quote maggiori, dove ai faggi si mescolano abeti bianchi e abeti rossi, o nei rimboschimenti di conifere, si possono scorgere con facilità piccoli uccelli dalle voci flebili e acute come cincia mora, regolo e fiorrancino. Oltre il limite della vegetazione arborea, numerose specie di passeriformi, come codirosso spazzacamino, culbianco e spioncello, possono essere agevolmente osservate. Particolarmente confidente è il sordone, una sorta di grosso passero abbastanza raro in Appennino, che è caratteristico delle cenge rocciose del Corno alle Scale e della zona tra la cima di quest'ultimo e i Balzi dell'Ora; è l'ultimo dei passeriformi a scendere verso la bassa montagna all'arrivo dell'inverno. Facilmente osservabili, mentre volteggiano abilmente sfruttando le correnti termiche ascensionali, sono l'aquila reale e la ancora più frequente poiana, di più modeste dimensioni, con la quale la prima viene spesso confusa.
Gli anfibi e i rettili
Tra gli anfibi, le specie più comuni sono il rospo, diffuso pressochè ovunque, la rana verde e i tritoni crestato e punteggiato, che frequentano in genere le acque stagnanti.
Nelle faggete e nei prati d'alta quota si può incontrare anche la rana rossa, o rana temporaria, una specie che in Italia è presente solo sulle Alpi e lungo il crinale dell'Appennino tosco-emiliano-romagnolo. Un urodelo di grande interesse, diffuso nelle faggete, è il geotritone che, respirando solo mediante la pelle, vive in habitat freschi e umidi come gli interstizi e le cavità del suolo oppure le grotte; solo di rado trova condizioni climatiche favorevoli per svolgere la sua attività in superficie, per lo più in giornate fresche e umide di primavera e autunno. Anche la salamandra pezzata, che abita le faggete lungo il corso di ruscelli e torrenti, trascorre gran parte dell'anno nascosta nel suolo: nel parco è abbastanza rara, probabilmente anche a causa della predazione che le larve subiscono a opera delle trote introdotte per la pesca. I rettili sono rappresentati dall'ubiquitaria lucertola muraiola e dal ramarro, che a differenza della lucertola non si spinge a quote molto elevate. E' presente anche l'orbettino, un sauro dal caratteristico aspetto serpentiforme. Tra i serpenti, la vipera è senz'altro il più noto e temuto, anche se non è facile incontrarla; molto più facile è imbattersi in serpenti del tutto innocui come biacco o biscia dal collare; meno frequenti sono l'elegante saettone, noto anche come colubro di Esculapio, e il piccolo e mordace colubro liscio.
Alle quote piú basse
Il territorio del parco è quasi interamente ricoperto di boschi. Sotto i 1000 m si incontrano le ultime propaggini dei querceti collinari, boschi misti in cui le querce (roverella, rovere, cerro) si mescolano a carpino nero, orniello, olmo campestre, ciliegio, castagno e numerosi arbusti.
In prossimità degli abitati il bosco è stato da tempo sostituito con castagneti da frutto, che imprimono al paesaggio un aspetto particolare: maestosi castagni, spesso secolari, sono tenacemente abbarbicati ai ripidi versanti della montagna, a volte modellata da insoliti terrazzamenti sostenuti da muretti a secco. Nei castagneti ben curati il sottobosco viene ripulito per facilitare la raccolta dei frutti, e nel prato sottostante a primavera fioriscono primula, erba trinità, polmonaria e, più avanti, orchidee come Dactylorhiza maculata e Dactylorhiza sambucina; in mancanza di cure colturali, o quando il castagneto è convertito in ceduo, compaiono arbusti e alberi dei boschi vicini e abbondano i cespi di felce aquilina, brugo e ginestra dei carbonai. Sui versanti ripidi, come quelli dei Monti della Riva, dove il sottile strato di suolo è spesso interrotto dagli affioramenti rocciosi, si sviluppa un bosco rado e discontinuo, dominato dal carpino nero, che in queste situazioni si comporta come specie pioniera. Nei punti più esposti cresce una rada prateria di graminacee dove è frequente la cannella argentea (Achnatherum calamagrostis), accompagnata da stellina purpurea (Asperula purpurea), camedrio e carlina bianca (i capolini di quest'ultima sono circondati da brattee bianche che si aprono con il bel tempo e si chiudono quando è molto umido).
La zona delle faggete
A partire dai 900-1000 m il paesaggio è dominato da estese faggete: nella valle del Silla arrivano quasi a lambire il crinale tosco-emiliano, in quella del Dardagna lasciano invece ampio spazio, nella testata di valle, alla vegetazione d'alta quota.
In passato questi boschi costituivano le selve del Belvedere e di Rocca Corneta, di cui si hanno splendide descrizioni nei resoconti di viaggiatori del secolo scorso; ancora oggi regalano scenari emozionanti, anche se sono rari i maestosi esemplari ad alto fusto di un tempo, sostituiti da piante di taglia più ridotta per il prevalente governo a ceduo. Nelle stazioni più fertili e umide la comparsa di acero di monte, sorbo degli uccellatori, abete bianco, e quella più sporadica dell'agrifoglio, arricchisce la faggeta che assume un aspetto più naturale; ai pochi arbusti di sambuco rosso e maggiociondolo alpino si contrappone un sottobosco erbaceo ricco di acetosella, lattuga dei boschi, stellina odorosa, anemone dei boschi, dentarie, viole e belle felci (Polystichum aculeatum, Athyrium filix-foemina, Dryopteris filix-mas). I massi arenacei sparsi a terra sono tappezzati da muschi e chiazze bianche e grigie di licheni crostosi; altri licheni, dalla caratteristica forma a coppa o trombetta (del genere Cladonia), occupano le ceppaie marcescenti; in autunno sulla lettiera di foglie compaiono i corpi fruttiferi di molti funghi. In diverse zone del parco le faggete si alternano a rimboschimenti di conifere con abete rosso, abete bianco, larice, varie specie di pini e, talvolta, abete americano. Pur contrastando con il paesaggio circostante, le fustaie più mature, con grandi esemplari ben distanziati tra loro, sono comunque di aspetto suggestivo. Lungo le rive dei corsi d'acqua ai faggi si affiancano gli ontani, accompagnati da varie specie di carici e equiseti; frequenti anche nocciolo e maggiociondolo alpino. In corrispondenza del limite superiore del bosco le faggete assumono l'aspetto di basse boscaglie con faggi cespugliosi e prostrati che risentono delle severe condizioni ambientali. Nel rado sottobosco sono frequenti mirtillo nero, erba lucciola e alcune composite dai capolini gialli (Hieracium racemosum, H. sylvaticum); queste specie compaiono anche a quote più basse, dove caratterizzano faggete degradate e impoverite da tagli eccessivi.
Vaccinieti e praterie di altitudine
Oltre il limite degli alberi, a partire dai 1600 m, un basso manto vegetale raggiunge le cime più alte, lasciandone chiaramente apprezzare forme e profili: è la regione delle "Nude", secondo la definizione di un viaggiatore del secolo scorso.
La vegetazione più caratteristica è qui la brughiera a mirtillo, costituita da bassi arbusti di mirtillo nero e falso mirtillo che ricoprono vaste aree che i locali chiamano "baggioledi" (bàggiole, in dialetto, è il nome delle saporite bacche di mirtillo nero). Questa formazione vegetale compare sulle Alpi e sulle più alte cime dell'Appennino settentrionale, dal parmense al bolognese, dove raggiunge il limite meridionale di distribuzione. Nei vaccinieti del parco sono presenti numerosi arbusti di ginepro nano, rosa alpina e, fra le erbacee, Hypericum richeri, tossilaggine alpina, cariofillata montana e carice verdeggiante; all'ombra dei mirtilli si addensano i talli di alcuni licheni (Cetraria islandica e Cladonia rangiferina) che formano minuscoli cespuglietti. Molto rare nella zona del Corno sono specie di comparsa più sporadica in Appennino, come mirtillo rosso e erica baccifera (Empetrum hermaphroditum), tipiche dei vaccinieti alpini. Il territorio del parco, infatti, rappresenta una importante soglia fitogeografica per diverse specie che caratterizzano la brughiera a mirtillo: più a sud la dorsale appenninica non presenta condizioni climatiche e altitudinali adatte al loro sviluppo. Per le stesse ragioni molte altre specie diffuse sui più alti rilievi europei e sulle Alpi non scendono nell'Appennino oltre il gruppo del Corno alle Scale, che per tutte segna il limite meridionale di distribuzione: fra le tante, aquilegia alpina, genzianella di Koch, genziana purpurea, semprevivo montano e billeri rotondifoglio (Cardamine asarifolia). Intercalate ai vaccinieti si estendono vaste praterie secondarie, derivate dagli incendi praticati in passato dai pastori per aumentare le zone a pascolo. Sui versanti più dolci è molto diffusa una densa prateria a graminacee dominata dal nardo, dove in estate fioriscono genziane, cariofillata montana, ventaglina alpina, raponzolo alpino e viola con sperone. Nei pendii più assolati si sviluppa una prateria, anch'essa soggetta al pascolo, dove spiccano i grandi cespi del brachipodio (Brachypodium genuense); sulle ripide e scoscese scale del Corno o sui Monti della Riva, questa graminacea si comporta come specie pioniera, di frequente affiancata da ginestra raggiata, giglio rosso, carlina bianca, finocchiella maggiore (Seseli libanotis) e raponzolo a foglie di scorzonera (Phyteuma scorzonerifolium). Alla base dei versanti si ammassano spesso blocchi di roccia nei cui anfratti più freschi trova posto la felcetta crespa (Cryptogramma crispa). Sulle rive dei ruscelli che solcano praterie e vaccinieti si addensano varie specie di muschi e, a tarda primavera, accanto alla calta palustre compaiono il billeri rotondifoglio, la graminacea Deschampsia caespitosa, il cerfoglio selvatico e la pinguicola.
Le piante che vivono fra le rocce
Gli affioramenti rocciosi inducono un netto cambiamento nella copertura vegetale, con la comparsa di specie adattate alle estreme condizioni di vita. Nelle fessure delle rocce vegetano alcune sassifraghe: frequente è quella alpina (Saxifraga paniculata), sporadica S. moschata; a queste specie si affiancano varie specie di Sedum, le cui foglie succulente sono preziose riserve d'acqua, e la costolina appenninica (Robertia taraxacoides), una composita dal capolino giallo.
Le rupi del parco custodiscono specie molto rare, fra cui astro alpino, primula orecchia d'orso (Primula auricula), la cui unica stazione regionale è sui Balzi dell'Ora, Saxifraga latina, importante endemismo appenninico, e geranio argenteo, relitto della flora terziaria; le cenge che sporgono dalle pareti rocciose, infine, all'inizio dell'estate si colorano dei bei fiori bianchi dell'anemone a fiori di narciso e di quelli blu-violacei dell'aquilegia alpina.
La storia di questi luoghi, affascinante e misteriosa a un tempo, risulta ricca e sviluppata su un lungo cammino che presenta aspetti coinvolgenti e significativi. Questo territorio, che include tutta l'area intorno al Corno alle Scale, è stata frequentata dall'uomo fin dal neolitico, così come testimoniano i numerosi oggetti e documenti rinvenuti. Ne sono suggestivi esempi le misteriose iscrizioni scalfite sulla roccia e i microliti dell'età del Ferro e del Bronzo.
Tutto il territorio è ricco sia di emergenze storico architettoniche che di espressioni minori, come alcune antiche tradizioni parzialmente sopravvissute sino ai nostri giorni: le teste in pietra scolpite sulle pareti delle case, dal significato augurale e localmente chiamate "mummie", i più importanti edifici religiosi (Santuario di Madonna dell'Acero, Oratorio di San Rocco, Delubro di Lizzano), gli edifici produttivi (casoni e mulini come, ad esempio, il Mulino del Capo di Poggiolforato) e gli edifici civili (antichi borghi), sono solo alcuni esempi di come l'uomo ha lasciato traccia indelebile del suo passaggio.
Il santuario di Madonna dell'Acero, uno dei più noti dell'Appennino bolognese, è una delle massime espressioni della religiosità popolare che ha animato la montagna bolognese nel passato. L'edificio sacro è situato al margine di un ampio pianoro erboso che si affaccia sulla valle del Dardagna.
Nel territorio del Parco sono segnalati numerosi itinerari grazie alla rete sentieristica del CAI, e il Parco stesso dispone di un gruppo di guide esperte che vi accompagneranno alla scoperta del nostro meraviglioso territorio.
Visitare il Parco, in questo modo, può diventare un'utile occasione di apprendimento e condivisione di conoscenze sul territorio che abitiamo o che veniamo a scoprire. È possibile seguire uno degli itinerari proposti, oppure fare un'escursione a tema, della durata di mezza giornata o di un giorno intero, dedicate alla scoperta dei tanti aspetti del nostro Parco: rarità botaniche, antichi borghi, animali del bosco, splendidi panorami, prodotti del sottobosco, fotografia naturalistica...
Attenzione, si consiglia di percorrere sempre i sentieri portando con sé una carta escursionistica.
Quali escursioni vi sono piaciute di più?
E' un itinerario ad anello, breve e adatto a tutti i visitatori, che partendo dal centro visita conduce in un paio d'ore alla scoperta di una delle più celebri emergenze del parco, mostrando aspetti geomorfologici, vegetazionali e storici caratteristici della montagna appenninica. Da Pian d'Ivo (1190 m), passando per Case Pasquali, si scende attraverso il bosco al Dardagna (1050 m), risalendone il corso fino a incontrare la suggestiva serie di salti che il torrente compie all'ombra della faggeta. Un ripido sentiero, dotato in più punti di staccionate e di protezione, permette di salire a la to delle cascate seguendone l'intero sviluppo. Dalle cascate una strada forestale torna verso Madonna dell'Acero tra rimboschimenti di abeti bianchi e boschi di faggio, che in primavera si colorano di belle fioriture nemorali. Al termine dell'itinerario è possibile visitare il santuario di Madonna dell'acero, uno dei più noti della montagna bolognese.
sentieri CAI 331, 331A, 333, 331 Guarda il video le cascate del dardagna
Da Pian d'Ivo (1190 m) l'itinerario sale dapprima per una larga strada forestale (segnavia Cai 323-327) attraverso un rimboschimento a conifere; dopo alcune curve si stacca sulla destra il sentiero 327 che sale ripido con poche curve, tra la faggeta e macchie di abeti e larici, fino a uscire dal bosco e proseguire, con un tratto molto panoramico, nelle praterie e nei vaccinieti che rivestono la parte sommitale del versante occidentale della Nuda (1828 m), dove si arriva dopo circa due ore e mezza di cammino. Seguendo il sentiero di crinale (segnavia 129) verso sud, si scende al passo del Vallone (1700 m) e risalendo gli spettacolari e impegnativi Balzi dell'Ora si raggiunge Punta Sofia (1939 m), la più settentrionale delle tre cime del Corno. La salita è complicata dalla presenza di un fondo roccioso che può diventare molto insidioso se umido o coperto di neve e ghiaccio. Da Punta Sofia si scende tra prati e brughiere a mirtillo costeggiando l'Alpe di Rocca Corneta e i campi da sci. In prossimità dell'arrivo di un seggiovia, il sentiero piega a destra e ci si collega al sentiero 335 per passare, attraverso la Porticciola, nella vallecola del rio Piano. Tagliando diagonalmente il versante, si scende fino alle sorgenti del Cavone, dove si incontra il sentiero 337 che scende senza difficoltà dal passo del Vallone e rappresenta una possibile alternativa per abbreviare il percorso (di circa un'ora) ed evitare i Balzi dell'Ora. Dalla sorgente si scende in breve attraverso la faggeta fino al laghetto artificiale a lato del rifugio Cavone. Risalendo per un breve tratto l'ampia zona a parcheggio antistante il rifugio, si ritrovano sulla destra le indicazioni del sentiero 337, che scende nel bosco fino a una traccia più ampia. Scendendo a destra si incontrano poco oltre le indicazioni che conducono alle cascate del Dardagna. Giunti alla base dell'ultimo salto, si supera il ponticello sui rio Piano e si sale per un breve tratto, evitando il sentiero che a sinistra scende verso Poggiolforato, fino a raggiungere un'ampia traccia forestale (segnavia 331) che a sinistra, con alcuni saliscendi, conduce al santuario di Madonna dell'Acero; da qui con un breve tratto di strada si ritorna a Pian d'Ivo.
L'itinerario, che richiede una mezza giornata di cammino e non presenta grosse difficoltà, consente di salire in maniera agevole alla cima del Corno alle Scale. Oltre a offrire un'ampia veduta sui vaccinieti e le praterie dell'Alpe di Rocca Corneta e dell'alta valle del Dardagna, raggiunge la conca a ovest di monte Cupolino, dove le acque piovane si raccolgono a formare il bel lago Scaffaiolo (una tra le mete più tradizionali dell'Appennino bolognese, anche se si trova poco oltre il confine provinciale e appartiene al Parco Regionale dell'Alto Appennino Modenese). Svolgendosi per la maggior parte al di fuori del bosco, l'itinerario è dedicato alla scoperta degli ambienti appenninici d'alta quota; molto interessanti sono gli aspetti geomorfologici e vegetazionali, per la presenza della brughiera a mirtillo, con risvolti legati alle attività umane del passato e del presente (praterie, pascoli, impianti e piste di sci). La partenza dell'itinerario è situata in località Cavone, a lato del rifugio e del laghetto, dove termina la carrozzabile che, passando per Vidiciatico, La Cà e Madonna dell'Acero, conduce ai parcheggi della nota stazione sciistica del Corno alle Scale.
Sentieri: 337, 335, 129, 329A
Durata: 3,5 ore
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Il monte Grande, situato nella zona di preparco, è uno dei rilievi della dorsale montuosa, a cui appartengono anche il Corno alle Scale, La Nuda e il monte Pizzo, che si stacca dal crinale appenninico e costituisce lo spartiacque principale tra le valli dei torrenti Silla e Dardagna. La cima del monte, dalla quale si gode un bel panorama sul parco, rappresenta un valido punto di osservazione per iniziare a conoscerne la geografia. L'anello percorso durante l'escursione, che prevede poco più di una mezza giornata di cammino, è utile come primo approccio al parco. Partendo da Pianaccio si sale decisamente attraverso il bosco seguendo il fosso dei Bagnadori fino a raggiungere una strada forestale (l'antica Via dei Signori) che porta in breve alla Sboccata dei Bagnadori (1274 m). Nei pressi si trovano una sorgente e un rifugio del Parco (10 posti letto, aperto su richiesta tel. 0534.51264). Dalla Sboccata si continua a salire nel bosco per uscire, con un ultimo strappo, sulle praterie punteggiate da belle fioriture che rivestono la parte sommitale del monte. Proseguendo lungo il crinale e scendendo poi rapidamente nel bosco, si raggiungono gli interessanti affioramenti di Bocca delle Tese. Dall'ampia sella si scende nella valle del fosso Fiammineda attraversando il caratteristico nucleo omonimo, ormai disabitato, prima di superare il corso d'acqua e rientrare a Pianaccio con una ben conservata mulattiera.
Il monte La Nuda si eleva a nord del Corno alle Scale, separato da quest'ultimo dal passo del Vallone. Sulla sua vetta, libera dal bosco, si estendono vaccinieti e praterie sassose che ospitano rare fioriture di specie rupicole. L'itinerario, che richiede un'intera giornata di cammino, sale dapprima alla Sboccata dei Bagnadori, lungo il fosso omonimo, e prosegue per raggiungere la vetta; nella parte alta del tracciato alcuni passaggi esposti possono risultare impegnativi in caso di fondo scivoloso.
Durante la salita è possibile osservare in successione le diverse fasce vegetazionali che caratterizzano l'alto Appennino bolognese, mentre la cima regala ampie e spettacolari vedute sul parco. Il ritorno si effettua con una ripida discesa verso Segavecchia, dalla quale si raggiunge Pianaccio per una panoramica strada forestale. A Pianaccio, punto di partenza dell'itinerario, è situato il più grande dei centri visita del parco, che ospita anche gli uffici dell'ente di gestione. Il borgo si raggiunge deviando al bivio situato in corrispondenza del tornante a valle di Lizzano in Belvedere e seguendo poi le indicazioni per il paese.
Sentieri: 123, 129, 117
Durata: 5 ore
L'itinerario, impegnativo e faticoso, offre vedute prospettiche particolarmente suggestive della parete orientale del massiccio del Corno, attraversando aree in cui sono presenti elementi di notevole valenza paesaggistica e naturalistica: estesi e spettacolari affioramenti arenacei, praterie e vaccinieti di crinale, ampie superfici boscate, numerosi corsi d'acqua tributari dei torrenti da cui ha origine il Silla. Per la lunghezza, il dislivello e il grado di difficoltà è un percorso adatto a escursionisti esperti e allenati. L'itinerario parte dal rifugio Segavecchia e sale ripido fino alla cima del monte La Nuda, per poi raggiungere la vetta del Corno attraverso i Balzi dell'Ora e, dopo un tratto di crinale, chiudersi ad anello scendendo per i monti Grossi. Il rifugio Segavecchia si raggiunge da Pianaccio seguendo la panoramica strada forestale che inizia nella parte alta del paese, percorribile a piedi in circa mezz'ora o, con prudenza, anche in auto.Sentieri CAI: 117, 129, 00, 121
La lunga escursione permette di scoprire il settore centrale del parco, particolarmente appartato e selvaggio, formato dalla bella valle del torrente Causso che, raccogliendo le acque dei fossi Gennaio e dell'Uccelliera e del canale della Piana del Vento, rappresenta uno dei due rami in cui è articolato il bacino alto montano del Silla. L'itinerario, che ha sviluppo ad anello, risale la valle principale fino al crinale, dominato dai rilievi del monte Gennaio e del Poggio delle Ignude, percorrendone un tratto fino ad arrivare in vista della maestosa parete orientale del Corno, prima di scendere per la dorsale dei Balzi della Malacarne e dei monti Grossi. Richiede un'intera giornata di cammino, ma non presenta grandi difficoltà, se si esclude un breve tratto di sentiero esposto e sdrucciolevole che aggira il monte Gennaio. Lungo il percorso sono possibili interessanti osservazioni di carattere geologico, botanico e anche faunistico, sia nei pressi dei numerosi corsi d'acqua che oltre il limite del bosco (per la presenza di colonie di marmotte e di varie specie di uccelli montani). Il punto di partenza è la località Segavecchia, raggiungibile da Pianaccio percorrendo a piedi o in auto (con molta prudenza) la strada che inizia nella parte alta del paese. A Pianaccio si arriva seguendo le indicazioni che si incontrano in corrispondenza del tornante situato a valle di Lizzano in Belvedere e tenendo la destra al bivio con Monteacuto.
Sentieri CAI: 121, 00, 111, 113 A, 113
L'itinerario, lungo ma senza particolari difficoltà, richiede un'intera giornata di cammino ed esplora il settore più orientale del parco, tra la spettacolare dorsale di Monteacuto e la valle del rio Baricello. Attraversa vecchi castagneti e fitti boschi di faggio, tra i quali si aprono frequenti scorci panoramici sull'alta valle del Silla, il crinale appenninico principale e la bella dorsale boscata di monte Cavallo. Dopo aver percorso un lungo tratto del sentiero di crinale che parte da Monteacuto, si raggiunge il passo della Donna Morta, dal quale inizia la discesa della valle del rio Baricello, il cui corso segna per un lungo tratto il confine orientale del parco. La discesa prosegue tra boschi e radure fino al rio della Madonna, presso le cui rive si trova il suggestivo santuario di Madonna del Faggio; un'antica mulattiera lastricata riconduce al punto di partenza dell'itinerario.Per raggiungere Monteacuto delle Alpi occorre deviare a sinistra nel tornante che si incontra poco prima dell'abitato di Lizzano in Belvedere (indicazioni per Pianaccio e Monteacuto). Quando la strada si divide, si prende ancora a sinistra, salendo per la stretta e tortuosa via che, attraverso vecchi castagneti da frutto, in pochi chilometri conduce al parcheggio situato all'ingresso del paese. L'itinerario inizia subito a monte del parcheggio (sentiero Cai 111).Sentieri CAI: 111, 143, 101, 109
L'itinerario, che richiede meno di mezza giornata e ha uno sviluppo ad anello all'interno dell'area di preparco, percorre le montagne che si alzano alle spalle di Lizzano in Belvedere e Vidiciatico. Consente di osservare gli aspetti più caratteristici della vegetazione presente alle quote più basse del parco e di apprezzare ampi panorami sull'alta e media valle del torrente Silla. Data la vicinanza con i centri abitati, numerosi sono i motivi di interesse legati alla storia e alla vita quotidiana di queste zone della montagna bolognese. L'ultima parte della salita al monte Pizzo presenta qualche tratto impegnativo su roccia, mentre la discesa si svolge su un'ampia sterrata e per il vecchio tracciato della via Panoramica, che collega Vidiciatico a Lizzano. Il punto di partenza è a Lizzano in Belvedere. Sentieri CAI: 125, 127 Al monte Pizzo nei mesi estivi è aperto il parco avventura
L'itinerario, agevole e della durata di una mezza giornata, si sviluppa su strade sterrate e sentieri che si snodano nell'area di preparco, a ridosso degli abitati di Vidiciatico e Lizzano. Il percorso tocca diversi ambienti, offrendo alcuni piacevoli scorci panoramici e l'opportunità di esercitarsi a riconoscere un buon numero di piante e animali tipici della montagna bolognese. Camminando nei boschi subito a monte dei principali centri abitati si incontrano anche significative tracce del secolare rapporto tra le comunità locali e queste montagne: le vecchie piazzole dei carbonai, i casoni per l'essiccazione delle castagne, le ampie radure erbose un tempo adibite al pascolo. Per effettuare l'itinerario si può partire direttamente da Vidiciatico, nella parte alta dell'abitato, dove parte la strada che sale a Budiara e monte Pizzo (dove nei mesi estivi è aperto il parco avventura)Sentieri CAI: 127, 125
L'itinerario, facile ma piuttosto vario per quanto riguarda gli aspetti geologici e vegetazionali, si sviluppa nell'area di preparco, conducendo in un paio di ore alla sommità del monte Grande (1531 m), eccellente punto panoramico sull'alta valle del Silla. Dall'abitato di La Cà il tracciato risale le pendici nordorientali del dolce rilievo denominato La Castellina, permettendo un buon inquadramento della valle del Dardagna e della parte centrale del parco. Arrivati alla Croce dei Colli e al passo del Saltiolo, è possibile compiere interessanti osservazioni sull'Unità Sestola-Vidiciatico, un complesso roccioso eterogeneo, di origine sedimentaria ma profondamente deformato dagli eventi orogenetici, che è presente in diversi punti della catena appenninica e in maniera tipica tra le due località a cui deve il nome. La Cà è raggiungibile da Vidiciatico seguendo le indicazioni per Madonna dell'Acero e il Cavone. Quasi al centro del paese si incontrano le indicazioni per Cà Gabrielli, da dove ha inizio il sentiero Cai 129.Sentieri CAI: 129, 125 A, 125
Durata: 5 h
Pianaccio - Sboccata dei Bagnadori - Monte Grande - Le Tese -Fiammineda - Pianaccio Il percorso inizia a Pianaccio (m 735), su un pianoro posto alla confluenza tra l'omonimo torrente e il Fosso dei Bagnadori. Poco a monte del paese, fu rinvenuto nella primavera del 1990 il primo esemplare di lupo noto nell'Appennino bolognese, una femmina adulta del peso di 34 Kg. Procedendo lungo la strada per Segavecchia, poco prima del ponte sul Fosso del Bagnadori, si sale per una stradella asfaltata; in corrispondenza della curva si stacca il percorso CAI 115. Dopo avere superato i fabbricati dell'acquedotto e guadato il rio, il sentiero sale decisamente attraverso un bosco misto. Dopo un altro guado e numerosi fossi laterali, si giunge ad una traccia più ampia e infine, attraverso un rimboschimento di conifere, alla strada forestale che dalla Segavecchia conduce prima al rifugio, poi alla sella detta Sboccata dei Bagnadori (percorso CAI 123), dove è presente una sorgente. Lungo questi sentieri, paralleli alla linea di crinale e collocati in modo da fungere da comodo collegamento tra diversi sistemi vallivi, non è difficile individuare le impronte del lupo, sul terreno o sulla neve. Nelle radure, accanto alla base degli alberi o sopra grandi ciuffi d'erba, è invece possibile individuare le masse di pelo, quasi sempre di cinghiale o capriolo, che costituiscono ciò che resta degli escrementi, posti bene in vista per delimitare il territorio. Giunti alla Sboccata, sulla destra si stacca il percorso CAI 125 che, attraverso rimboschimenti di conifere e boschi di pini e faggi, giunge sulle praterie prossime alla vetta del Monte Grande (1.531 m). Il monte presenta un versante orientale piuttosto ripido che consente un'ampia visuale panoramica sull'intera valle del Silla, mentre a sud sono visibili i Balzi del Fabuino, la Nuda e il Corno alle Scale. Rimanendo sul percorso CAI 125, si prosegue lungo il crinale e poi nella faggeta, scendendo tortuosamente fino alle radure precedenti gli affioramenti rocciosi, pertinenti alle argilliti dell'unità Sestola-Vidiciatico, della Bocca delle Tese. Le praterie circostanti sono ambienti frequentati regolarmente da mufloni (bovidi non autoctoni), daini, cinghiali e caprioli e si possono scorgere i segni di presenza dell'istrice, oltre che, naturalmente, del lupo. A destra si prende il percorso CAI 151 che, lungo il Fosso Fiammineda, scende verso Pianaccio. Quest'ultimo tratto attraversa la suggestiva località detta Fiammineda, uno dei più antichi borghi storici della nostra montagna. Da qui si gode una straordinaria vista che spazia dai Monti Grossi fino al crinale, dove spiccano le cime del Monte Gennaio e del Poggio delle Ignude. Di nuovo dunque, dopo decenni di silenzio si può udire, tra i monti e le valli che da qui si osservano, il potente ululato del lupo, tornato a rivendicare gli antichi territori.
Durata: 6 h
Segavecchia - Passo del Cancellino - Monte Gennaio - Bocca del Lupo - Acerolo - Segavecchia Dal rifugio della Segavecchia, camminiamo per circa duecento metri lungo la strada forestale e, attraversato il ponticello sul Rio Farine, uno dei tanti torrentelli che vanno ad ingrossare il Causso, imbocchiamo il percorso CAI 121 che si trova sulla nostra destra. Per un buon tratto l'ambiente è umido, soprattutto vicino alla sorgente, che in primavera genera una piccola area palustre dove crescono muschi, felci e spettacolari farfaracci. Proseguiamo il nostro cammino lungo la dorsale dei Monti Grossi. La faggeta, con alcuni tra gli esemplari di faggio più belli del Parco, si fa quasi pura, i fusti degli alberi hanno tutti un portamento eretto e slanciato. Continuiamo a camminare e verso i 1.400 metri d'altezza sbuchiamo fuori dal bosco. Attraversiamo i Balzi della Malacarne, dove, tra detriti rocciosi trascinati dai ghiacciai, sbucano cespugli verde chiaro di felcetta crespa. Inizia qui il lungo tratto panoramico del nostro percorso. È il momento di aguzzare la vista perché l'aquila potrebbe apparire sia alla destra del nostro sentiero, tra le cime di Corno e Nuda, mentre volteggia sostenuta dalle correnti termiche ascensionali, sia a sinistra, magari in un'incursione di caccia alle marmotte attorno alla vetta del Monte Gennaio. Conviene sostare un momento e osservare col binocolo la parete orientale del Corno. Il gheppio la frequenta abitualmente alla ricerca d'insetti, micromammiferi e sicuri posatoi. Più raramente vi appare il falco pellegrino. Andando oltre, incontriamo una sorgente dove poter riempire la borraccia. Nelle mattinate estive è frequente sorprendervi i mufloni all'abbeverata. Abbiamo ormai raggiunto il Passo del Cancellino e lasciamo il percorso CAI 121 per lo 00, mitico sentiero di quota che si snoda lungo il crinale tosco-emiliano. Il Passo è un punto d'oro per osservare gli uccelli migratori; tra marzo e aprile e alla fine dell'estate, esso diventa un crocevia di traiettorie per gli uccelli che dalla Toscana valicano l'Appennino e per quelli che scelgono il crinale come indicatore di rotta. Conviene fermarsi un attimo a riposare e puntare i binocoli verso la Toscana e la Valle del Silla. All'inizio di marzo passano i falchi pecchiaioli, ma è possibile fare interessanti avvistamenti (pellegrini, lodolai, albanelle...) durante tutta la bella stagione. Il percorso CAI 00 ci conduce finalmente nei pressi della cima del Monte Gennaio. Da quassù si apprezza al meglio la bellezza della Valle del Silla, tra le più selvagge del nostro Appennino. Abbracciamo con lo sguardo parte dell'estesissimo territorio dell'aquila. Con un po' di fortuna la si può avvistare mentre lambisce le creste col suo volo planato alla ricerca di prede. Ogni tanto l'aquila si fa vedere sopra la Valle del Silla. Probabilmente, tra le pareti rocciose dei suoi versanti si celano inaccessibili posatoi. Iniziamo la discesa e la via del ritorno. Superati il Poggio delle Ignude e il valico di Portafranca, dove ancora resistono alle intemperie gli antichi cippi confinari tra Stato Pontificio e Granducato di Toscana, abbandoniamo crinale e percorso CAI 00, per immergerci di nuovo nel bosco lungo il percorso CAI 111. Presso Bocca del Lupo il bosco si apre e la testata di valle merita un ultimo sguardo. Qui ritroviamo la strada forestale che avevamo abbandonato all'inizio. Oltre il torrente Causso, la strada riprende a salire. Costeggiamo il rilievo dell'Acerolo, le cui marne grigie costituiscono una unità geomorfologica di grande bellezza. Non ci resta che seguire la strada, ancora per qualche minuto, fino al rifugio di Segavecchia.
Durata: 5 h
Rifugio Cavone - Passo Del Vallone - Balze dell'Ora -Punta Sofia Passo Dello Strofinatoio - Lago Scaffaiolo - Rifugio Malghe - Cavone Il sentiero, dal Cavone (1.424 m) verso il Passo del Vallone, risale i gradoni nascosti dal bosco e costituiti da antichi depositi glaciali lasciati da un ghiacciaio di modeste dimensioni. In poco tempo si arriva al Circo del Cavone, circo glaciale wurmiano risalente a circa 10.000 anni fa: il piccolo anfiteatro, fuori dalla faggeta prima di intraprendere la salita verso il Passo del Vallone, ospitava un ghiacciaio esteso tra il Monte La Nuda e il Corno alle Scale. Da qui il sentiero continua verso il Passo del Vallone, innalzandosi ripido e stretto; è questo un punto panoramico importante: nel periodo invernale è possibile distinguere con chiarezza la morfologia glaciale della zona. In inverno la neve, in estate i dossi erbosi sottostanti, aiutano a percepire la morfologia glaciale del circo del Cavone. Da qui il percorso CAI 129 procede in direzione del Corno alle Scale. La cresta delle Balze dell'Ora ci porta a salite di tipo alpino, soprattutto durante l'inverno. Giunti al passo ci si trova di fronte ai gradoni che salgono ripidi verso Punta Sofia (una delle tre "punte" del Corno alle Scale); la cresta è imputabile ad azioni di tipo tettonico, che su vasta scala hanno prodotto l'innalzamento della catena appenninica, e ad azioni di tipo glaciale, fenomeni di gelo-disgelo, che hanno portato a esaltarne la morfologia. Sulla cresta delle Balze dell'Ora si incontrano piante di piccole dimensioni e di particolare significato biogeografico, come la Saxifraga oppositifolia, essenza vegetale tipicamente alpina. Molte altre specie tipiche di latitudini settentrionali si rinvengono in questi luoghi, a testimonianza di fasi climatiche passate e che oggi concorrono a comporre uno straordinario giardino d'alta quota. Sul finire della salita delle Balze, dopo un ultimo "salto" di arenaria, si giunge al punto di raccordo con l'Alpe di Rocca Corneta, che ospita una vasta brughiera di mirtilli. Punta Sofia, la punta più settentrionale del Corno alle Scale, è un terrazzo naturale di prim'ordine, che permette di rivisitare le forme del paesaggio come in un filmato, facendoci ritornare indietro nel tempo, a quando una coltre glaciale ricopriva buona parte del comprensorio del Corno alle Scale. Le altre due cime (Corno alle Scale, 1.945 m e Punta Giorgina, 1.927 m) si possono raggiungere in tutta tranquillità procedendo sulla linea del crinale. Su queste praterie, soprattutto durante il disgelo primaverile, si osservano le gallerie scavate dall'Arvicola delle nevi, un piccolo roditore considerato un "relitto glaciale" e distribuito con popolazioni isolate solo sui rilievi più alti dell'Appennino.
Durata: 2h.Difficoltà: media.Pian d'Ivo-Sboccata dei BAgnadori-Croce dei Colli. L'itinerario proposto si snoda lungo due sentieri: il percorso CAI 323, strada forestale che dal Centro Visita di Pian d'Ivo conduce alla Sboccata dei BAgnadori, denominata via dei Signori per la frequentazione di mercanti in epoche passate, e il percorso CAI 129, che dalla Sboccata porta a Croce dei Colli. Itinerario facile, consente in primavera-inizio estate di osservare un buon numero di specie di orchidee selvatiche, tutte protette da legge regionale. In prossimità del Centro Visita, si può osservare Orchis mascula, specie a fusto robusto con infiorescenza porporina; nella faggeta oltre alle tre specie di Cephalanthera presenti nella flora italiana, le slanciate C. rubra e C. longifolia, con fiori rispettivamente porporini e bianchi, e C. damasonium, più robusta e con infiorescenza bianco-giallognola; comuni Dactylorhiza fuchsii, dall'esile fusto e infiorescenza colore lilla e, dove il bosco si fa più rado, la bella Orchis pallens, dall'infiorescenza giallo solforino. Nei rimboschimenti di conifere, sparsi lungo l'itinerario, soprattutto nel tratto Bagnadori- Croce dei Colli, è frequente Neottia nidus-avis, unico rappresentante del genere in Europa, il cui nome deriva dalle radici carnose intrecciate come un nido d'uccello; si incontrano inoltre, Epipogium aphillum e Coralloriza trifida, che, prive di clorofilla, si nutrono grazie ai funghi simbionti che penetrano le loro radici. Dove il bosco la scia il posto a cespuglieti e prati, ci si imbatte in Gymnadenia conopsea, molto profumata e con infiorescenza allungata colorata da rosa e viola, e Limodorum abortivum, specie priva di foglie verdi che con il suo fusto di 80 cm spicca sullo strato erbaceo rendendosi evidente all'escursionista. Una deviazione alla Sboccata dei Bagnadori merita per ammirare Epipactis microphilla dall'infiorescenza profumata e fusto ricoperto da una fitta pelosità, con numero variabile di fiori (4-30) di colore verde chiaro con macchie viola
Durata: 2 h
Lizzano in Belvedre - Strada comunale Vidiciatico/Lizzano - Percorso CAI 125 - Lizzano in Belvedere Il percorso (CAI 125B) parte dalla strada panoramica che collega Lizzano in Belvedere con Vidiciatico. Si sviluppa a mezza costa sul versante nord di Monte Pizzo con dislivello minimo fino ad incrociare il percorso CAI 125 e scendere nuovamente all'abitato di Lizzano. Lungo questo sentiero sono situati sette casoni: sono i metati, denominati localmente "casoni", ossia costruzioni in pietra dove erano essiccate le castagne che in seguito venivano portate al mulino per ottenerne farina, prodotto meglio conservabile e maggiormente versatile nell'utilizzo in cucina. Il "sentiero dei sette casoni" riveste un'importanza storico-culturale fondamentale in quanto la castanicoltura, fino a pochi decenni fa, era una delle principali attività per gli abitanti del Comune di Lizzano in Belvedere. Al castagneto venivano prestate le cure colturali di un frutteto; anche il sottobosco veniva costantemente ripulito per facilitare la raccolta delle castagne e mantenuto inerbito, per evitare fenomeni di erosione superficiale. Tutti i popolamenti a dominanza di castagno oggi presenti nel parco derivano da un'azione antropica mirata esclusivamente alla coltura di varietà da farina (come: Pastanesa, Lòiola, Sborgà). Il sentiero che collega i vari casoni era in origine una piccola mulattiera, in quanto l'impervietà dei versanti e la zona poco agevole non hanno reso possibile la realizzazione di un'adeguata viabilità forestale in grado di facilitare il trasporto di mezzi, uomini e castagne. All'inizio del sentiero, dopo essere passati attraverso un recente rimboschimento di conifere (abeti rossi e douglasie), si raggiunge il primo casone, forse il meglio conservato. La piccola costruzione conserva un tavolino e sedie in pietra nella parte anteriore, ottimo punto di sosta nel bel castagneto attiguo al casone. Il percorso procede verso il secondo casone nel quale è doverosa una sosta per ammirare i secolari castagni piantati a semicerchio attorno all'edificio. I segni di una malattia sono ben riconoscibili sui fusti degli alberi: il fungo Chryphonectria parasitica responsabile del cancro corticale del castagno sta provocandone il disseccamento dei rami e talvolta dell'intera pianta. Lungo il percorso si notano anche piccole palizzate in legno di castagno, opere di ingegneria naturalistica finalizzate alla difesa del territorio dal rischio idrogeologico. Proseguendo si incontrano in successione il terzo, il quarto ed il quinto casone. Nei pressi del quarto casone è ancora visibile lo spiazzo di una piccola carbonaia. Il quinto casone presenta un elemento architettonico suggestivo: un tetto in lastre di pietra che scende fino a toccare il terreno. Siamo all'incrocio con il percorso CAI 125 che sale da Lizzano verso Monte Pizzo. Il nostro itinerario lo segue in discesa verso Lizzano in Belvedere per incontrare gli ultimi due casoni, un po' scostati rispetto al sentiero; densi cespuglietti di primule e fiori di erba trinità qua e là ci indicano che siamo giunti quasi alla fine del percorso, a pochi minuti dal paese.
Durata: 3h Difficoltà: mediaPoggiolforato-Cascate del Dardagna-Madonna dell'Acero-Poggiolforato.L'itinerario è stato suddiviso in diverse zone al fine di conoscere le numerose specie entomologiche che si possono incontrare.ZONE A-B: in prossimità di poszze d'acqua e in punti soleggiati, da Poggiolforato fino alla sorgente che localmente vienindicata come "acqua puzzola", è possibile individuare la presenza di Lepidotteri (farfalle) del genere Erebia, le cui specie sono contraddistinte da colori sui toni del marrone, aranzione scuro e giallastro. Nei tratti soleggiati di sentiero vivono specie dai colori azzurro-bluastri, i Licenidi. Con le ali chiuse si mimetizzano con il suolo, ma con le ali distese sono facilmente individuabili.ZONA C: nel tratto del percorso dalla sorgente "acqua puzzola" fino al sentiero per Madonna dell'acero, e in prossimità delle cascate del Dardagna, vegetano piante dalle larghe foglie note come farfaracci, sulle quali in giugno-luglio si può osservare il Coleottero Curculionide Liparus glabrirostris, di colore nero.ZONA D: da maggio ad agosto nelle zone a vegetazine erbacea, compaiono Coleotteri dalle livree brillanti, i Crisomelidi. Le specie del genere Oreina sono medio-piccole con i riflessi metallici sui toni del del verde e del blu.ZONA E: Coleotteri del genere Othiorhinchus spp possono rinvenirsi nella vegetazione ripariale.ZONA F: la zona delle cascate è un micro-habitat, sotto i frammenti di arenaria sono osservabili specie di Coleotteri Carabidi, insetti predatori molto veloci, scuri e attivi dal crepuscolo. ZONA G: la presenza di bovini, equini e ungulati in ecosistemi prativi e forestali comporta il diffondersi di Coleotteri coprofagi, abbonda il Geotrupes spiniger di colore nero e con riflessi iridescenti bluastri, molto evidenti soprattutto ai lati del corpo. ZONA H: nel bosco a prevalente Abete rosso (Picea excelsa) nei pressi di MAdonna dell'Acero, si notano diversi tronchi abbattuti e marcescenti popolati da varie specie di Imenotteri e Coleotteri, sotto forma di uova, larve o adulti a seconda della stagione.
Sono disponibili sei nuovi itinerari nel parco, tutti muniti di descrizione dettagliata del percorso, cartografia, immagini e approfondimenti.
Si possono consultare direttamente online e le versioni cartacee si trovano nei centri visita del Parco e negli uffici IAT di Lizzano in Belvedere e Vidiciatico.
Sono stati realizzati tramite il Programma investimenti 2005-2007 Prog 05 COSC 06 "Pubblicazioni di itinerari, materiali divulgativi e notiziari".
Nel territorio del Parco Regionale del Corno alle Scale e nelle immediate vicinanze si organizzano diverse iniziative: dalle escursioni tematiche di mezza giornata, a itinerari più impegnativi in quota o, d’inverno, con le racchette da neve, fino ai week-end in rifugio. Le proposte sono diversificate in modo da consentirne la fruizione ad un pubblico di differenti fasce di età.
Escursioni tematiche guidate, di differenti gradi di difficoltà, Vi porteranno ad esplorare gli angoli più selvaggi dell’Appennino settentrionale. Oltre agli splendidi panorami, potrete osservare le spettacolari fioriture d’alta quota, o le numerosissime specie di orchidee, o ancora gli antichi borghi e le testimonianze dell’antica cultura della montagna. Tra le possibilità offerte dal Parco del Corno alle Scale, dall’escursione di mezza giornata al fine settimana con pernottamento in rifugio, potrete seguire le tracce del Lupi o, con un po’ di fortuna, ascoltarne gli ululati durante apposite uscite notturne; osserverete daini, caprioli e cinghiali all’alba, scoprirete i pipistrelli di foresta mentre cacciano e, con sofisticate apparecchiature, ascolterete le loro voci per identificarne le specie. Durante i week-end dedicati alle diverse tecniche di ricerca naturalistica, sarà inoltre possibile contribuire concretamente alla raccolta di dati sul campo, ad esempio durante la migrazione degli uccelli rapaci diurni o, di notte, per lo studio di gufi e allocchi, oppure aiutare il Parco a salvare specie rare, come le salamandre, attraverso interventi di ripristino degli habitat.
Week-end in rifugio, con cena a base di prodotti locali, pernottamento ed escursioni guidate.
Campi tendati, con pernottamento all’interno del Parco Naturale ed escursioni tematiche, osservazione degli animali ed eventualmente trekking sulle vette più alte dell’Appennino bolognese.
Escursioni notturne, suggestive fiaccolate lungo le antiche mulattiere, osservazioni astronomiche, ascesa alla vetta del Corno alle Scale per assistere all'alba.
Itinerari storici, alla riscoperta degli antichi mestieri del bosco, o lungo la Linea Gotica per rivivere gli episodi finali della seconda guerra mondiale, nei luoghi dei combattimenti.
Laboratori didattici per i più giovani, per una prima introduzione al mondo della natura.
Campi estivi per ragazzi dai 7 ai 14 anni, nei quali i partecipanti potranno effettuare un'esperienza di gruppo scandita fra attività sportive (piscina, tiro con l'arco, pesca) ed escursioni nel Parco, fino all'emozione di una notte da trascorrere in rifugio.
Attività dedicate alle scuole, dai più piccoli fino ai ragazzi delle superiori. L'offerta del Parco comprende diversi percorsi didattici sui temi della salvaguardia della biodiversità, delle energie rinnovabili e dello sviluppo sostenibile, oltre a vari programmi di didattica naturalistica ed educazione ambientale.